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Appunti per una politica nazionale dell’informazione territoriale

Intervento di Luciano Surace

Le brevi note che seguono sono riflessioni maturate in più di trent’anni di attività nel settore, tendenti a sistematizzare i problemi, prima di organizzare le soluzioni; una strategia che potrebbe sembrare ovvia, ma che risulta in assoluta controtendenza rispetto al panorama nazionale degli interventi in materia di informazione territoriale, che da anni si susseguono senza coerenza di obiettivi strategici.

Sono, queste, riflessioni che rispondono primariamente al dovere di testimonianza, dovere minimo cui la classe intellettuale non può sottrarsi, quando si rende conto della complessità dei problemi e della conseguente difficoltà dell’individuazione delle soluzioni; un dovere innanzitutto intellettuale. Un intellettuale non ha infatti potere di incidere direttamente sulla realtà, ma questa debolezza è al contempo la sua forza, perché può dire e scrivere ciò che ritiene importante per la collettività, senza interessi diretti. Ne consegue però anche una grande responsabilità morale, quella di monitorare le scelte collettive segnalando pericoli ed errori, formulando possibili alternative.



C’è chi sostiene che il tema dell’ambiente e del territorio riesca a ritagliarsi qualche spazio solo in casi di emergenze o gravi disastri, e nei periodi di benessere. Nei periodi di crisi economica preoccuparsi del territorio diventa un lusso troppo costoso, contrapposto a temi quali disoccupazione, immigrazione, insicurezza ecc.

Un'incapacità progettuale di fondo, unita - salvo casi particolarissimi come nel settore delle informazioni di interesse nautico - ad una totale deresponsabilizzazione della classe dirigente variamente e vagamente delegata a gestire le strutture pubbliche che producono informazioni territoriali, costituisce lo sfondo su cui si muovono gli attori della commedia dell'arte in cui è precipitato da molti anni il complesso delle attività dedicate alla conoscenza organizzata del nostro territorio. Incapacità progettuale e deresponsabilizzazione capaci di generare piani straordinari in assenza dei piani ordinari, rinviati sine die: una straordinarietà che non nasce da eventi straordinari, come potrebbe essere un terremoto o un'alluvione, cui pure siamo periodicamente abituati, ma dall'urgenza periodicamente ordinaria di spendere risorse pubbliche a prescindere. In realtà, in un periodo di relativa quiete della natura bisognerebbe avere la lungimiranza di decretare lo stato di calamità nazionale non per un evento specifico, ma per le condizioni catastrofiche in cui versa l'informazione territoriale in Italia.

La vera emergenza non sta nel territorio, bensì nel sistema delle informazioni territoriali.

E’ necessaria una riforma ad impatto strutturale per costruire un futuro normale. E’ necessaria una riforma delle strutture deputate alla conoscenza del territorio, piuttosto che inseguire un impossibile coordinamento dell’esistente fallimentare, utile solo ad aumentare la cultura dell’irresponsabilità!

Conferire responsabilità piuttosto che conferire autorità. Dobbiamo imparare a leggere diversamente il concetto di globalizzazione per capire come le questioni globali vanno affrontate in chiave di etica della responsabilità: questioni globali non solo e non tanto perché riguardano un mondo che è divenuto un unico villaggio, ma soprattutto perché la possibilità che l’attuale generazione di adulti ha di influire - nel bene e nel male e a livello globale - sulle generazioni future, è enormemente maggiore di quella che ogni altra generazione precedente abbia mai avuto. La vulnerabilità della natura, che oggi possiamo constatare direttamente, nel passato era del tutto insospettabile. E’ necessario prevedere gli effetti del proprio comportamento e correggere il comportamento stesso in base a tale previsione. Ma come si possono costruire modelli di simulazione degli effetti su un oggetto che non si conosce a sufficienza?

Per troppo tempo la scienza ha vissuto nella convinzione di avere il diritto di studiare il mondo per assoggettarlo alla tecnica: sapere è potere. Tale perverso modo di vedere, tipico dei tecnocrati, ha la pretesa di ridurre il rapporto con l’ambiente e il territorio ad un interrogatorio basato sulla tortura, per costringerli a rispondere alle domande dell’uomo; ed ha, sul lungo periodo, conseguenze incalcolabilmente nefaste. Il rischio maggiore non è tanto quello di una catastrofe immediata e di proporzioni incontrollabili, ma piuttosto quello di un’apocalisse strisciante, frutto della incapacità di governare responsabilmente il quotidiano, cosa che purtroppo non fa notizia.


La legislazione italiana tratta i problemi del rilevamento e della rappresentazione del territorio con una miriade di leggi che affidano competenze ad enti e strutture nazionali e locali, senza una logica unitaria di efficienza e di utilità collettiva. In Italia, caso forse unico al mondo, vi sono cinque organi cartografici dello Stato, e qualcuno ipotizza di portarli a sei, quattro servizi tecnici nazionali in costante ristrutturazione, venti organi cartografici regionali e poi una sequela infinita di ministeri, enti, agenzie, istituti che sarebbe impossibile enumerare, che raccolgono e producono dati territoriali in un contesto di norme e di regole spesso tra loro contrastanti, con conseguenti duplicazioni, sovrapposizioni e sprechi di risorse pubbliche. E’ il problema dell’ eccessiva frammentazione delle competenze e della disorganica stratificazione di funzioni, origine di conflitti paralizzanti.

La possibilità di raccogliere la sfida imposta dalle esigenze di trasformazione e di conseguire risultati anche in termini di sviluppo del settore occupazionale, è strettamente connessa al riordino del comparto geografico nazionale, attraverso l'elaborazione di un nuovo strumento normativo e di nuovi modelli organizzativi. Mancano norme quadro che definiscano i ruoli e le risorse destinate ai diversi organismi centrali e locali, per una razionale utilizzazione delle informazioni territoriali da parte di tutti gli utenti interessati.

Occorre predisporre gli strumenti legislativi e finanziari per la più importante e meno costosa di tutte le opere pubbliche: un nuovo rilevamento generale del territorio all’altezza delle esigenze del terzo millennio e in sintonia con quanto si va facendo nel resto d’Europa; un rilevamento che costituisca la base di un moderno catasto multifunzionale, in sostituzione dell’attuale sistema informativo territoriale catastale, che versa in condizioni che - con un eufemismo - potremmo definire critiche (Figure seguenti).

Mappa Catastale 1:2000Carta aerofotogrammetrica 1:2000

Sovrapposizione Catasto e Aerofotogrammetria

(Raffronto tra cartografia catastale e aerofotogrammetrico a Milano)

Occorre individuare una soluzione strutturale che superi gli equilibri fragili, inefficaci e costosi costruiti negli ultimi decenni in materia di cartografia ufficiale.

Occorre assicurare il coordinamento e la differenziazione tra pubblici produttori (in proprio o in appalto) e pubblici utilizzatori e gestori di informazioni territoriali, monitorando contestualmente l’avanzamento delle attività.

Occorre contemporaneamente definire, con riferimento all'informazione territoriale, gli strumenti e i moduli formativi di qualità certificata a livello europeo, definendo le conoscenze essenziali nel ciclo educativo. A fronte di un quotidiano fiorire di Master, manca un corso di laurea in “Ingegneria Topografica”, o come altro lo si voglia chiamare. Ma è altresì vitale innescare processi di formazione permanente, per affrontare la prorompente evoluzione tecnologica, che rende in breve insufficienti le nozioni apprese e consolidate.

La disinformazione incoraggia l’eccesso di delega, la deresponsabilizzazione e la tendenza a lasciarsi dominare dagli eventi. E’ necessario raggiungere la consapevolezza di essere di fronte ad una sfida cruciale: saper cogliere il punto di equilibrio tra l'espansione eccezionale delle conoscenze e la possibilità di renderle assimilabili tramite una nuova struttura dei percorsi formativi. Sarebbe facile dimostrare che non ha alcun fondamento enunciare la volontà di favorire un intenso sviluppo economico del paese se, al tempo stesso, non si investe nello sviluppo culturale, scientifico e tecnologico. Una consapevolezza che deve essere fatta propria anche dal sistema produttivo, opportunamente coinvolto, sostenuto e responsabilizzato.

All’innovazione deve corrispondere in ogni caso una capacità di gestione dei cambiamenti tecnologici che passi attraverso processi di riorganizzazione dei modelli e di formazione degli addetti. Innovare senza un’organizzazione e senza una formazione può essere un business tattico per pochi; ad un intellettuale non può interessare la tattica: l’innovazione deve diventare opportunità di crescita del sistema, business strategico per tutti. Nell’era della competizione globale, si vince tutti insieme o si perde tutti insieme; ma soprattutto, si cresce o si arretra, sono finite le rendite di posizione.

Ebbene, con quali modelli organizzativi possiamo affrontare tale sfida? E’ necessario prendere atto che i tradizionali organismi - talvolta nell’incolpevolezza degli uomini che vi lavorano, ma comunque da decenni incapaci di progettualità efficace - devono cedere il passo allineandosi ai modelli di quell’Europa che stiamo faticosamente costruendo.

In un quadro internazionale di progressiva e veloce evoluzione, riveste vitale importanza una chiara definizione del contesto nazionale, per evitare alla nostra nazione rischi di emarginazione tecnologica, tecnica, scientifica e operativa, quale potrebbe risultare da un’attività non coordinata.

Chi rappresenta dunque l’Italia nel contesto internazionale di settore? Tutti e nessuno!

Non vi è praticamente alcuna amministrazione pubblica - dai ministeri alle regioni e al più piccolo ente locale - che non abbia previsto o non stia prevedendo qualche intervento relativo al rilevamento del territorio. Questo fiorire di iniziative va certamente considerato positivamente in quanto qualsiasi programmazione per la gestione delle risorse territoriali e ambientali deve sicuramente partire dalla conoscenza dei dati. L’aspetto negativo è che a fronte di questo crescente interesse nei confronti della raccolta di informazioni territoriali, manca una politica nazionale di indirizzo, e all’ombra di una formale intesa si assiste impotenti ad una devastante destandardizzazione. Sembra di assistere ad una perversa tendenza nell’assumere di continuo nuovi impegni, piuttosto che realizzare o almeno pianificare la tempistica di quelli già presi! Già, la tempistica dei progetti!

Quando sarà completata la Carta geologica d'Italia? Quando sarà completata la maglia primaria dei Punti Fiduciali del “Catasto”? Quando avremo la disponibilità della serie cartografica 1:50.000 di tutto il territorio nazionale con un tasso di aggiornamento almeno tendente alla media europea (Figure seguenti)? Quando si varerà un piano ordinario di telerilevamento, con obbiettivi chiari, tempistica ragionevolmente sostenibile e responsabilità definite, invece di lanciare un forsennato piano straordinario, che di straordinario ha solo l'estemporaneità della preparazione e la superficialità del controllo?

Cartografia ufficiale dello Stato alla scala 1:50.000
(situazione al 31.12.2007)

Siamo tutti ben consapevoli che la maggior parte delle attività umane sono correlate con il territorio. Una conoscenza pubblica di diritti, vincoli e responsabilità territoriali garantisce legalità e sicurezza in senso lato. Il sistema catastale gioca sotto questo aspetto un ruolo chiave e l’importanza di un catasto efficiente per l’economia di qualsiasi nazione è evidente a tutti. Sviluppo sostenibile è pura retorica senza un adeguato sistema di amministrazione del territorio che parta dalla sua conoscenza. I grandi progetti sfidano la capacità intellettuale ed economica di operare in ambiti innovativi: non è pensabile che questo possa avvenire in un contesto che implacabilmente ripropone modelli che appartengono ad un passato da dimenticare. Invece è proprio la capacità di progettare che manca, insieme alla capacità di gestire le risorse esistenti. Mancano idee-guida capaci di mobilitare entusiasmi e speranze attorno ai quali una classe dirigente riesca a formarsi e a crescere.

Su quale sistema informativo si progettano i rigasificatori o le centrali di smaltimento dei rifiuti e se ne simula l'impatto ambientale? Su quale sistema informativo si progettano la difesa delle nostre coste o le grandi reti di comunicazione?

A me paiono opportune - anzi doverose - alcune riflessioni critiche per evitare che spregiudicati trionfalismi, indotti dalle potenzialità tecnologiche, facciano abbassare la guardia sui problemi di efficacia di un Sistema Informativo. Assumendo la consolidata definizione di Sistema Informativo Territoriale come complesso di risorse tecnologiche, risorse umane ed informazioni georeferenziate, occorre porre particolare enfasi sul fatto che qualsiasi livello di efficienza delle prime due componenti viene vanificato se i dati non sono adeguati a garantire un corretto processo decisionale. In sintesi da essi dipende fondamentalmente l’efficacia del Sistema. Escludendo le risorse umane, il cui costo è molto variabile in base alla complessità del SIT e al contesto di realizzazione, le altre componenti assorbono mediamente, secondo le indicazioni più consolidate a livello internazionale, le seguenti percentuali sul costo globale: 85% dati, 5% hardware, 10% software. Ebbene, se i dati pesano per l’85% e la loro gestione informatica per il 15%, chi dovrebbe gestire la progettazione e la manutenzione di un SIT? Un’autorità dedicata istituzionalmente all’informatica o un’autorità geodetica cartografica?

Le dolorose esperienze delle ripetute e periodiche catastrofi - che fanno del nostro paese un’area ad elevato rischio permanente - propongono in termini drammatici l’esigenza di poter contare, specialmente nei momenti di emergenza, sulla conoscenza del territorio e sulla disponibilità di un’adeguata ed efficace documentazione. Le calamità, talvolta annunciate, hanno determinato nell’opinione pubblica una grande sensibilità verso la problematica della prevenzione dei rischi sul territorio; esse, nel contempo, hanno accresciuto la consapevolezza che sono causa di disastri non solo i fenomeni naturali - o quasi - come i cicloni e i nubifragi, le alluvioni, le frane, le eruzioni vulcaniche, i terremoti, i maremoti, i bradisismi, e quelli provocati dall’uomo, come gli incendi, ma anche l’uso distorto ed incontrollato delle risorse, l’espansione urbana su aree di riconosciuta pericolosità geomorfologica, vulcanica o sismica, il progressivo abbandono delle zone di collina e di montagna, l’irrazionale e prolungato disboscamento ed altre interferenze di grande portata, operate dall’uomo sulla natura, come gli inquinamenti del suolo, delle acque e dell’atmosfera, i rilasci radioattivi e così via.

Infine, tra le varie cause, bisogna certamente annoverare l’inadeguata conoscenza del territorio e delle sue risorse, quasi la madre di tutte le cause.

Se a questo preoccupante scenario si aggiungono gli effetti indotti dal surriscaldamento complessivo della Terra che, accelerando il ciclo dell’acqua, rende più frequenti e intensi gli eccessi meteorologici il quadro, purtroppo, è quantomeno allarmante.

E' dunque necessario affrontare in tempo di pace il problema dei dati territoriali georiferiti, della loro organizzazione, consistenza, completezza, accuratezza e stato di aggiornamento, per non ridursi, in tempo di guerra, al sistematico atteggiamento di impotenza, di fronte ad un sistema informativo efficiente nelle componenti umane e tecnologiche, ma inefficace per le carenze della componente informativa. Nulla può essere difeso senza essere conosciuto. Il primo e fondamentale passo per l’opera di prevenzione è la conoscenza aggiornata di ciò che deve essere difeso: il territorio.

Dopo decenni di scempi, è sentita la necessità di una politica di vincolo. Ma cosa vogliamo vincolare, se non abbiamo una documentazione attendibile, aggiornata, dettagliata e omogenea, su cui identificare e riconoscere l’oggetto del vincolo?

Eppure in Italia, dove si sono compiuti sforzi importanti per adeguare la legislazione alle più avanzate norme europee, per combattere l’inquinamento e il degrado ambientale, per rafforzare ed estendere la tutela delle risorse naturali, la questione delle informazioni territoriali è rimasta esterna rispetto alla politica economica.

Affinchè essa diventi parte integrante del progetto sociale complessivo occorre innanzitutto integrarla nella politica economica: significa dare alle informazioni territoriali dignità strutturale pari a quelle delle altre informazioni statistiche nazionali, cioè una definita e geograficamente omogenea cadenza di acquisizione ed una centralizzata regia di programmazione. Ciò vuol dire considerare le informazioni territoriali come nodo centrale delle politiche pubbliche.

Infine, la questione ambientale non consiste solo nella difesa e nella riqualificazione dell’esistente; si tratta anche dello sviluppo ambientale: del valore aggiunto che una civiltà, se è veramente tale, ha il dovere storico di apportare, soprattutto una civiltà come quella italiana. Si tratta di lasciare nel territorio una traccia positiva del nostro passaggio e della nostra creatività. La qualità non è un lusso e va promossa e realizzata con una miriade di nuovi progetti, piccoli e grandi, per rendere il Bel Paese - discretamente imbruttito nel nostro tempo - di nuovo degno della sua grande storia. La pianificazione territoriale deve indicare l’utilizzazione sostenibile del territorio attraverso un’equilibrata distribuzione delle attività che tenga conto delle peculiarità e fragilità ecologiche.

E’ necessario dunque un cambiamento concettuale della parola d'ordine che dagli addetti ai lavori più responsabili e attenti viene da sempre utilizzata per sensibilizzare la classe politica. Abbiamo sostenuto e sosteniamo che l'informazione territoriale è indispensabile per governare il territorio, ponendoci così sullo stesso piano di chi correttamente sostiene che l'informazione sulla giustizia è indispensabile per governare la giustizia, quella sulla scuola per governare la scuola e così via...

Nulla di più autolesionista e fuorviante! L'informazione territoriale - logicamente alla pari e cronologicamente prioritaria rispetto alle informazioni provenienti dai cadenzati e strutturali censimenti generali della popolazione - è indispensabile per governare anche tutto il resto, e cioè per governare e basta, senza dover ricorrere ad un insensato e limitativo complemento oggetto.

Quando avremo metabolizzato e fatto metabolizzare questo concetto, dando ai dati georeferenziati la valenza che meritano nella gerarchia delle informazioni, avremo compiuto la rivoluzione culturale del terzo millennio !

Luciano Surace
luciano.surace@libero.it



Last modified: Sun May 8 12:09:25 EDT 2005